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In questa epoca di pluralismo e di molte psicoanalisi, come ebbe a dire Wallerstein, continuare ad interrogarsi su cosa sia l'analisi e quali ne siano i fondamenti teorico-clinici e umani è un esercizio coraggioso e importante, che Warren Poland fa con la saggezza e la libertà di pensiero che gli viene universalmente riconosciuta.
In Intimacy and Separateness in Psychoanalysis1 (2018), l'ultimo suo libro, egli prosegue la ricerca iniziata in tanti scritti precedenti, offrendo al lettore l'immagine di un analista che intende lo sviluppo come un processo che dura tutta la vita, un percorso che ha fatto in compagnia dei pazienti, cioè degli esseri umani che gli hanno chiesto aiuto, e al cui servizio si è messo, rimanendo fedele alla concezione della mente come a universe in its own right.2
Esponente di spicco dell'American Indipendent Tradition, Poland può essere definito nel senso migliore del termine un analista all'antica, che sa unire il rigore teorico alla curiosità per ciò che è nuovo e aperto al cambiamento.
Alla base di questo libro, come del precedente Melting the Darkness3, c'è il paradosso e l'enigma di base della relazionalità umana, cioè la separatezza e l'intimità, il Sé e l'alterità, visti in un rapporto in cui per Poland deve sempre essere in primo piano «the analyst's profound and genuine respect for the authenticity of the patient's self as a unique other, an other self as valid as the analyst's own»4 (Poland, 7, 1996).
Ho detto che Poland può essere definito un analista all'antica, per la sua cultura aperta ad interessi umanistici e non mi riferisco solo al suo amore per il teatro e la