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Il numero 3/2018 della Rivista si apre con un saggio di Anna Ferruta sul contributo di Winnicott alla comprensione della realtà psichica come un processo in continuo divenire. Il suo modo di intendere la crescita psichica e lo sviluppo delle potenzialità soggettive all'interno della relazione con l'oggetto è entrato nel patrimonio teorico-clinico della comunità psicoanalitica e la sua attenzione tanto al contesto ambientale che al contesto di cura ha introdotto uno shifting nel modo di pensare e di operare di tanta parte della psicoanalisi, anche italiana. Il saggio mette bene in luce proprio questo cambiamento, soprattutto la specificità del punto di vista winnicottiano nel pensare la relazione del soggetto con l'oggetto e con l'ambiente, in particolare sottolineando l'importanza della qualità della risposta dell'oggetto, dalla quale dipende la possibilità per il soggetto di fare l'esperienza di sentirsi vivo nella relazione e nel mondo. La stessa espressione utilizzata da Winnicott in un saggio del '65 e ripresa nel titolo dell'articolo da Anna Ferruta, «my latest brain child», per indicare le sue creature intellettuali, ci fa pensare all'urgenza di avere con i propri oggetti un rapporto vivo e personale. Il secondo lavoro, di Fulvio Mazzacane, affronta invece il problema di come l'obiettivo e la funzione dell'esperienza analitica, che è quello di creare legami ad alta intensità emotiva, possano andare incontro a «tradimenti» all'interno della coppia analista-analizzando e lo sviluppa anche attraverso materiale clinico. Il «tradimento» riguarda tutte le «inevitabili distorsioni del messaggio» che occorrono all'interno della relazione, sia per la specifica diversità dei due soggetti dell'incontro, sia come risultato di «un processo difensivo» rispetto alla novità che l'incontro suscita. Mazzacane affronta e sviluppa il tema attraverso un'ottica squisitamente bioniana ed è interessante, per il lettore, vedere al lavoro due diverse opzioni teoriche, quella winnicotti