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Penso si possa dire che con i loro contributi a questo Focus, che ha per tema la «Realtà Psichica», i tre Autori, pur ponendosi da prospettive diverse, parlando linguaggi teorici diversi, ed adottando stili espositivi diversi, giungono a comporre un quadro di assieme che definirei sufficientemente armonico, prendendo in prestito l'aggettivo dal lavoro di Bolognini. Mi proverò a dare ragione di questa affermazione, prima prendendo in esame i tre lavori singolarmente, poi proponendo qualche considerazione generale.
Per parlarci della «Realtà Psichica», H. Levine fa riferimento, nel suo contributo, ad un modello teorico clinico nel quale, attraverso il proprio impianto concettuale « squisitamente bioniano», rilegge gli apporti di molti psicoanalisti soprattutto francesi, o francofoni, in primis A. Green – il quale, a sua volta, si sa, ha molto riletto Winnicott e Bion stesso –, ma anche Laplanche, Roussillon, i Botella: fornendoci, subito, con questa operazione, un buon esempio di quelle nutritive identificazioni introiettive di elementi parziali, di cui parla Bolognini.
Di tale modello, che costituisce lo sfondo del contributo di Levine, ancorché non espresso nel testo in maniera sistematica, vale la pena, al fine del nostro discorso, richiamare, pur con la inevitabile approssimazione, alcuni punti essenziali, anche a costo di una certa pesantezza di esposizione:
a) per Levine l'attività psichica è regolata da una pressione a formare rappresentazioni e a collegarle in più ampie narrazioni (Levine, 2015), per cercare sollievo, attraverso questi processi, dal sovraccarico sensoriale. Tale pressione, che origina da fonti interne (pulsioni) ed esterne (percezione) è denominata da Levine «imperativo rappresentazionale»: in pratica è una