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Il primo passo per il commentatore è mettere a punto la calibratura e il senso della propria presenza e del proprio intervenire. Discutendo di una situazione clinica presentata da un collega, l'analista si trova ad affrontare il problema di esprimere in modo vivo le proprie riflessioni sottraendole a un potenziale eccesso di personalismo. A riconoscere l'alterità rimanendo in contatto col senso della complessità: complessità di emozioni, livelli, modalità operative, teorie consce e inconsce, risonanze suscitate o indotte dalla qualità espressiva del racconto col suo problematico rapporto con l'esperienza clinica per come si è davvero sviluppata. A cercare di evitare i rischi contrapposti di durezze giudicanti o ammorbidimenti un po’ compiacenti senza ricorrere ai facili escamotage suggeriti dall'abilità elusiva. A non scivolare dunque in queste o altre forme di semplificazione fuorviante.
La questione si pone anche qui, con qualche peculiarità. Il testo ha insieme una sua compiutezza e una sua limitatezza. Presentatore e commentatore sono in isolamento. Pur noti nella loro identità, sono reciprocamente inaccessibili, uniti e divisi dal materiale clinico presentato, per così dire, «in sospensione». Un materiale eloquente e contemporaneamente muto, che propone interrogativi ai quali non può rispondere perché non può essere avvicinato, se non nel privato fantasticare e riflettere del commentatore. Riflessioni, ipotesi, fantasticherie sono sottratte a ogni forma di verifica o per lo meno di contraddittorio immediato; non escono dal recinto della propria soggettività. E tuttavia, se hanno qualche valore, portano necessariamente con sé un certo grado di passione, oltre che di convinzione. Nella consapevolezza comunque che onniscienza e arroganza, o falsità, sono potenzialmente dietro l'angolo e possono prendere il sopravvento.