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Post Scripta
Con l'interessante « Caso di Alberto» entra nella scena di Incroci quella dimensione della complessità con cui sempre più frequentemente abbiamo a che fare nella cura psicoanalitica. Complessità di quei quadri clinici che nascondono, sotto fenomenologie apparentemente di carattere più nevrotico, problemi d'identità più profondi, che cimentano in modo particolare la capacità dell'analista di modularsi in modo plastico al livello via via emergente.
Il testo proposto da Mattana ha attivato nei commentatori, Brunacci e Lombardi, molti pensieri di rilievo. Lasciando dunque a ciascun lettore il proprio esercizio immaginativo e riflessivo, propongo in questo Post Scripta un personale accenno ad alcuni dei punti di emergenza dei due interventi.
I primi pensieri dei commentatori ruotano attorno al ‘modo’ di presentare il paziente.
Qui, ci dice Brunacci (interrogandosi anche sul problema della riservatezza) «l'analista –narratore» compie la scelta di omettere «qualunque riferimento esplicito a vissuti, risonanze, impressioni dell'analista rispetto all'incontro con Alberto». Una scelta di neutralità in cui non vengono offerti al lettore elementi di controtransfert, ci dice in modo simile Lombardi, che sottolinea, in più, il peso che essi possono avere, fin dall'esordio, nella formulazione di ipotesi transitorie sul funzionamento del paziente e sulla possibile consistenza ed espansività dell'area psicotica su quella nevrotica.
Un primo accenno all'ottica con cui viene successivamente inquadrato il materiale delle sedute; un materiale che Lombardi vede, in modo netto, come esemplificativo di quei «casi difficili che pongono la psicoanalisi di fronte al problema di un aggiornamento dei suoi strumenti concettuali» e che necessita – da questa prospettiva di lettura – di un fattore terapeutico centrato su un «approccio relazionale orientato a valorizzare in prima istanza il legame del paziente con sé stesso, lavorando attraverso l'uso di modelli mentali sull'analisi del funz