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Eppure non è detto che pur disastrati dal dolore si precipiti nel baratro. Inizio da questa affermazione la stesura di queste note attorno al libro Le ferite invisibili. Sui bambini e la morte dei genitori di Maria Luisa Algini, scaturito dalla necessità e dal desiderio di sollecitare la disponibilità degli adulti a vedere, «ascoltare… lavorare su ferite invisibili, così da favorire nei piccoli una capacità di lutto» (quarta di copertina).
«Quali le voragini aperte ma anche quali i terreni circostanti e funzionanti, su cui ci si può appoggiare per ricostruire?» (82). Queste parole mi hanno fatto pensare ad una autrice molto amata, Piera Aulagnier, che ha definito «zone sinistrate» quelle colpite da un trauma attorno al quale si è sviluppata la personalità del soggetto traumatizzato e che rendono arduo il cammino che può tuttavia permettere nuove costruzioni fondate su nuove identificazioni.
Il transfert è sicuramente una delle possibilità identificatorie che si offrono a chi è traumatizzato e ha bisogno di un ascolto, paradossalmente, dell'indicibilità del suo dolore. Se lo troverà vorrà dire che nel baratro non è ancora precipitato.
Per questo la psicoterapia dei bambini che hanno affrontato il trauma della morte di un genitore è una via d'uscita insostituibile sia per il bambino che per il genitore rimasto. Senza tale aiuto la via per la psicosi probabilmente resta aperta. Ecco anche il motivo per cui l'autrice parte dal cuore della clinica per avviare il discorso sul lutto dei bambini. «Nello scrivere ho privilegiato alcune esperienze di supervisione… anche per sottolineare la peculiarità della supervisione e dello scrivere di lutto» (192).
La supervisione come ogni relazione analitica è sotto il segno del transfert « poiché ciascuno dei soggetti vi trasferisce tutto il proprio modo di essere… non è una relazione lineare ma procede per aperture e difese, affidamenti e ritiri, stasi, avanzamenti, regressioni, punti ciechi e scoperte inaspettate» (193).
Queste parole de