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Rossella Valdrè scrive parole poetiche per parlare di psicoanalisi conferendo al linguaggio psicoanalitico quella leggerezza freudiana che solo i Maestri riescono a dare. A cominciare dal titolo suggestivo La morte dentro la vita e l'immagine in copertina che ritrae l'artista Atsushi Takenouchi in una sua coreografia, laddove qualcosa di vitale si distingue appena da una struttura bianca, potente e seduttiva, Valdrè coniuga, al solito, psicoanalisi e arte, e integrandole crea armonia.
Per far questo però occorre una profonda conoscenza del pensiero di Freud e della teoria psicoanalitica, occorre studio accurato e aggiornato. Non vi è approssimazione nel libro della Valdrè, non si scivola mai in posizioni opinionistiche, nel suo «racconto psicoanalitico» non vi è traccia di esibizionismo narcisistico o sfoggio culturale.
Che cos’è dunque la pulsione di morte? Con che cosa non dev'essere confusa? Quali sono nella contemporaneità i segnali della sua presenza? E ancora, può la psicoanalisi avere un ruolo nel trattamento della pulsione di morte?
Valdrè inizia ad argomentare su questo tema difficile e controverso con le parole di Derrida che, con solo una breve frase, sembra concentrare il senso di quella che gli analisti hanno definito la pulsione muta: «la vita la morte», senza virgola né congiunzione, per dire che la vita e la morte sono complici e conviventi, un unicum. Ma perché mai?…
L'autrice ripercorre la comparsa del concetto di pulsione di morte con Freud del Al di là del principio di piacere del 1920 e continua con i principali autori che se ne sono occupati soffermandosi su Green ritenendolo, a ragione, l'autore che ha dato, dopo Freud, un contributo significativo alla comprensione del concetto di pulsione di morte.
L'esistenza di una pulsione antagonista a quella «vitale» che, come sottolinea acutamente l'autrice, va Al di là (del piacere, della vita) derivò in Freud, dall'analisi dei sogni di soggetti che avevano subito un trauma e che non dimenticavano,