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Nel terzo numero del 2015 della Rivista, Paola Golinelli e Maria Ponsi pubblicarono un'esaustiva e approfondita recensione di libro di Fred Busch, da poco uscito per i tipi di Routledge. Merita oggi di essere segnalata la traduzione in italiano di questo volume lucido e profondo, che delinea con chiarezza una prospettiva della cura psicoanalitica che tiene in massimo conto la fruibilità da parte del paziente di quanto l'analisi ha da offrirgli, e l'adattabilità dell'analista al funzionamento della mente del paziente. Parafrasando una massima buddhista, si potrebbe affermare che le interpretazioni (o più in generale gli interventi) dell'analista dovrebbero arrivare quando il paziente è pronto. Henry Moore esprimeva un concetto analogo, scrivendo che una delle qualità irrinunciabili della scultura è la «fedeltà al materiale» (Moore, 1937).
Auspicando un'integrazione con il lavoro di Golinelli e Ponsi, fornirò un contributo sintetico, da alcune particolari angolazioni, prendendo spunto da dettagli « minori».
Mi propongo di illuminare qualche angolo nascosto di questa dimora/libro, attraverso un processo per certi versi analogo a quello con cui l'Autore suggerisce all'analista di spostare la sua attenzione dall’ importanza della conoscenza di sé del paziente, al processo del conoscere, in altre parole, dalla meta, al viaggio che si intraprende per raggiungerla.
Innanzi tutto, mi pare importante l'intendimento dell'autore che, in sintonia con la tecnica analitica che descrive, si propone di scrivere per essere compreso. Si adombra, quindi, oltre alla relazione analista-paziente, quella fra autore e lettore, a cui si potrebbe aggiungere quella fra analista e candidato in formazione: si tratta di aspetti particolari della questione più generale della trasmissione della psicoanalisi, o meglio della trasmissione del modo di funzionare psicoanaliticamente. Coerentemente, Busch pone l'accento su ciò che è presente nella mente del paziente, piuttosto che su quanto si trova in quel