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Quella che segue è prevalentemente una storia breve delle idee psicoanalitiche fondative del CdPR. Mi limiterò quindi, per lo più, a riassumere le diverse teorie e i grandi maestri che le hanno introdotte nel Centro. Le successive generazioni di analisti hanno sviluppato quei temi con contributi spesso originali ma per ragioni di spazio non potrò che darne un resoconto necessariamente incompleto.
La storia del CdPR è caratterizzata dalla coesistenza, nel tempo, di gruppi diversi di ricerca, ciascuno con propri sistemi di idee, differenti logiche e quadri di riferimento teorico, in un clima di vivace confronto e reciproco riconoscimento. Una attitudine pluralistica che è riferibile, tra l'altro, all'eredità del suo fondatore Nicola Perrotti, alla sua curiosità per i temi emergenti nella psicoanalisi del tempo (il Sé, la depersonalizzazione, la psicoanalisi applicata al sociale), al suo atteggiamento non dogmatico nei confronti del testo freudiano e, infine, al suo sforzo, da Presidente della SPI, di sottrarre la psicoanalisi italiana del dopoguerra dall'isolamento nel quale era caduta, dopo gli anni del fascismo, attraverso l'apertura al dialogo psicoanalitico internazionale.
A partire dagli anni Sessanta, infatti, gli psicoanalisti del Centro furono incoraggiati a prendere contatti con gli psicoanalisti d'oltralpe e soprattutto con gli autori britannici, attraverso inviti, supervisioni e traduzioni (Bordi), prefazioni (Gairinger) e lunghi soggiorni all'estero (Corti, Lussana [1983]), e contribuirono ad importare, nella tradizione freudiana del Centro, il pensiero di M. Klein, Bion, Rosenfeld, Meltzer, ma anche di Winnicott, introdotto negli anni Settanta dai coniugi Gaddini del Centro Psicoanalitico di Roma, come pure di psicoanalisti