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Ho letto attentamente le osservazioni che sono state rivolte al «Caso di Alberto» da me pubblicato nello scorso numero della Rivista e ringrazio entrambi i commentatori dell'attenzione dedicata allo scritto. Ho apprezzato in particolare la ricchezza di pensiero, di ipotesi, di scenari e di linee interpretative che hanno proposto, che arricchisce senza dubbio anche il mio modo di guardare al materiale. È una conferma del fatto che i dati clinici «sottodeterminano» le ipotesi teoriche, come direbbero gli epistemologi, ossia non sono rispetto a esse univocamente vincolanti e ne ammettono di conseguenza più d'una: più ipotesi, più scenari, più linee interpretative. Più se ne hanno in mente meglio è, più ampia è la «griglia» nella quale accogliere il paziente, rappresentarsi i suoi stati interni e prefigurarne le evoluzioni, meglio è. Naturalmente poi in seduta bisogna scegliere, non si possono seguire tutte le piste, considerare tutti gli scenari, applicare tutti i modelli. Bisogna scegliere quale linea seguire, a quale livello di profondità collocarsi, affinché la ricchezza di elementi teorici e personali presente nella mente dell'analista non si traduca in confusione per il paziente.
Mi soffermo rapidamente su alcuni punti, quelli a mio avviso meritevoli di chiarimento, fermo restando che per tutto il resto considero i due contributi un'utilissima integrazione alla comprensione del caso. Nell'ordine partirei dalla modalità espositiva che ho adottato. Per quanto riguarda la presentazione del paziente, mi sono attenuto alla raccomandazione editoriale di renderlo il più anonimo possibile e di limitarsi all'essenziale, per cui ho omesso una serie di particolari che avrebbero forse arricchito il quadro, ma avrebbero anche reso il paziente più riconoscibile. La modalità di scrittura delle sedute riflette invece naturalmente una mia libera scelta. Ho cercato di rendere lo scambio verbale, lasciando intuire al lettore