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Chiunque pensi che la psicoanalisi sia antiquata e che sia stata eclissata dalle moderne neuroscienze, dovrebbe leggere l'ultimo libro di Antonio Damasio, The Strange Order of Things [Lo strano ordine delle cose], e ripensarci. Se una certa disciplina scopre qualcosa di profondamente vero in relazione a un aspetto della natura, forse non ci dovrebbe sorprendere che - dopo un certo tempo - un'altra disciplina si imbatta nuovamente nella stessa verità. Questo è ciò che sembra sia successo alla nostra comprensione delle basi biologiche della cultura umana.
The Strange Order of Things può essere letto come una conferma neuroscientifica delle opinioni di Freud rispetto a tale argomento, così come lui l'aveva esposto ne Il Disagio della Civiltà (1930) e in Perché la Guerra? (Einstein e Freud, 1933) - sia pure con molti dettagli aggiornati e un pessimismo leggermente minore rispetto alle sue implicazioni per l'umanità. Damasio, in effetti, va anche oltre e arriva a concludere che la nostra sola speranza di superare l'influenza distruttiva delle pulsioni sulla cultura umana è (qualcosa di simile a) la psicoanalisi. Egli scrive: «I sentimenti hanno permesso agli esseri umani di tentare di raggiungere l'omeostasi con mezzi culturali, invece di rimanere prigionieri dei loro dispositivi biologici fondamentali […] Il loro lavoro non si è mai concluso. Una vita priva di sentimenti non avrebbe bisogno di cure. Una vita piena di sentimenti ma priva di un'analisi attenta delle proprie emozioni sarebbe incurabile» (232-3).1
In breve, in questo libro, Damasio (come Freud prima di lui) arriva alla conclusione che la civiltà e la cultura2 sono fondamentalmente elaborazioni di una forza biologica profondamente conservatrice. Damasio chiama tale forza «omeostasi», mentre Freud la chiamava «pulsione», ma questi due concetti indicano la stessa