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1) Una prima domanda che ti vorrei rivolgere riguarda una questione di ordine generale. La pubblicazione del PDM è stata promossa da una ampia lista di Società nel cui nome figura il termine «psicoanalisi»: dalla International Psychoanalytical Association alla Division Psychoanalysis della American Psychological Association, alla American Psychoanalytic Association, solo per citarne alcune. Il Manuale invece ha adottato nel titolo la dizione di «psicodinamica». Quale la ragione di questo slittamento semantico? Diagnosi è ancora una parola troppo «brutta» per gli psicoanalisti? Oppure «psicoanalisi» è una brutta parola per chi voglia mettere al centro della attenzione il tema della diagnosi? O ancora è una questione di carattere commerciale? Per favorire la diffusione del PDM si è ritenuto indispensabile «diluire» la psicoanalisi nella psicodinamica?
V.L. Credo che per descrivere lo stile di questo Manuale il termine psicodinamico sia il più adatto. Abbiamo infatti cercato di muoverci nell'area di quegli autori che considerano «psicodinamico» un termine-ombrello che contiene i concetti base della psicoanalisi (inconscio, difese, conflitti, transfert, controtransfert) ma li declina all'interno di un ampio range di approcci che va dalle psicoanalisi più classiche (l'uso del plurale è inevitabile) alle terapie psicodinamiche esplorative ed espressive, fino alle terapie dinamiche di sostegno dell'Io, di solito rivolte a pazienti molto gravi. Questa visione integrativa l'abbiamo mantenuta, per esempio, nelle indicazioni terapeutiche che a volte accompagnano l'esposizione dei quadri diagnostici. Uno dei refrain del PDM-2, infatti, è che la diagnosi deve essere al servizio del trattamento. Bob Wallerstein, che fino al momento della sua scomparsa è stato presidente onorario del nostro comitato scientifico, amava ripetere: