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in memoria di Claude Lanzmann
Scritto da una psicoanalista non estranea alla storia come disciplina (ha fatto parte del laboratorio di Vernant e Vidal-Naquet), Ce que le Nazisme a fait à la psychanalyse è un testo fortemente contemporaneo, perché «in grado… di leggere in modo inedito la storia, di “citarla” secondo una necessità che non proviene in alcun modo dal suo arbitrio, ma da un'esigenza a cui … non può non rispondere» (Agamben, 2008). Va da sé che in esso non mancano pagine che aiutano a comprendere meglio accadimenti di uno specifico momento storico, come quelle in cui Laurence Kahn riprende numerosi studi in lingua tedesca sulla vita degli psicoanalisti e degli istituti di psicoanalisi durante gli anni Trenta e Quaranta (cap. 6), o quelle (71 sgg.) dedicate alle tesi di Jung sulla maggiore creatività dell'inconscio ariano. L'intento che però più rispecchia l'esigenza cui l'autrice non può non rispondere è ripercorrere la lunga traiettoria dell'azione del nazismo sulla dimensione culturale della psicoanalisi.
«Des mots anciens, des sens nouveaux»: il titolo dell'introduzione mostra il fondamento dell'intero volume, perché si può affermare che l'analisi di Kahn comincia con la lettura in tedesco di Mein Kampf , esempio princeps dello sviamento della parole messo in opera dal nazismo; una lettura che fa scoprire a Kahn intere zone di vocabolario condivise con il lessico psicoanalitico. È il caso di pulsione di autoconservazione, che viene utilizzata in Mein Kampf come equivalente di spazio vitale, o di Weltanschauung, termine/nozione che (lo documenta il cap. 5) negli anni Venti-Quaranta torna frequentemente nei testi psicoanalitici e che diviene, secondo quanto segnalato da Klemperer (1947) per l'insieme della Lingua Tertium Imperii, un'arma d'elezione nella lotta al pensiero riflessivo condotta dal nazismo. La scoperta di maggiore impatto è però un'altra: quanto del testo hitleriano viene solitamente tradotto (anche in italiano) con «istinto» è in