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I brevi, ma intensi, appassionati, scritti di questo secondo dibattito sulla solitudine, pongono questioni importanti, stimolano il nostro pensiero clinico e incoraggiano un lavoro di ricerca. Nel parlare di un suo paziente, Vincenzo Bonaminio colloca nello spazio della solitudine il «cadere senza fine», l'essere soli senza appello, in modo irreparabile, catastrofico, perché l'esperienza non essendo rappresentabile, crolla su se stessa. Il soggetto non è solo nel mondo, ha perso il suo posto in esso, è caduto fuori.
Quando, invece, il soggetto trova il suo posto nel mondo, questo posto non diventa uno spazio privato senza la «capacità di stare soli in presenza di un altro», a partire dalla madre. È nota a tutti la grande intuizione di Winnicott che non si applica solo all'esigenza del bambino di dimenticare la madre (sapendo che resta nell'orizzonte dello sguardo e del desiderio di lei) per poter creare le condizioni di uno spazio potenziale, sperimentale di essere, spazio intermedio che lo fa uscire dall'autoerotismo. È parimenti importante nella relazione analitica, dove il paziente deve essere messo nella condizione di poter essere, al tempo stesso, assente e presente nel legame con l'analista per riuscire a mettersi pienamente in contatto con il suo mondo interno. L'uso del divano, il perdere di vista l'analista, gioca un ruolo importante nel creare una situazione in cui il paziente possa veramente sentirsi proprietario dello spazio della seduta.
Bonaminio mette in connessione la capacità di essere soli in presenza di un altro, con la capacità di sognare. Nel sognare, infatti, siamo soli, ma, contemporaneamente, l'altro è presente: come altrove (altro luogo) o parte di sé (ogni personaggio del sogno riflette il sognatore) e come altro da sé, oggetto desiderato in quanto esterno a sé, a sé stante. Nello spazio onirico l'altro desiderato non mette piede, ma senza la s