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Premetto che durante la stesura di queste note mi è venuto spontaneo immaginare, accanto agli autori qui ospitati, la presenza virtuale di Thomas Ogden, sia per la rilevanza dei suoi contributi sul tema sia per come viene ripetutamente citato nei tre lavori centrali del Focus (in particolare quelli di Busch e dei Rocha Barros).
Accade oggi per la reverie ciò che è accaduto per altri concetti fondamentali della psicoanalisi. La sua diffusione e il suo sviluppo rischiano di offuscare il suo significato specifico, facendolo diventare - come dice Ferro - «una sorta di ombrello […] sotto il quale si ripara di tutto».
L’elasticità di un concetto psicoanalitico (Sandler, 1983) può essere non solo accettabile ma utile a favorire l'aggregazione di nuove idee e nuove esperienze attorno al suo nucleo originario. È in questo senso, mi sembra, che Ogden (1997) considera opportuno un certo slittamento nell'uso del termine reverie.
Oltre un certo limite, tuttavia, quel minimo comune denominatore che rende il concetto fruibile nel dialogo scientifico diventa precario, dando così luogo a vari possibili fraintendimenti. Il problema sorge, in particolare, quando un concetto viene assunto in ambiti teorici diversi rispetto a quello entro il quale è nato.
Nel caso della reverie il contesto di riferimento è il pensiero di Bion. Ma chi, come Fred Busch, studia oggi la reverie partendo da una diversa tradizione, constata che neppure tra i principali autori postbioniani c’è uniformità di vedute in materia. Se si tratti di divergenze significative o piuttosto, come ipotizzano i Rocha Barros, di enfasi posta da ciascuno su aspetti diversi della stessa teoria è una delle interessanti questioni che il Focus apre per i lettori.