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Trent'anni fa, Michel de M'Uzan (1989) iniziava un suo articolo sul funzionamento mentale dell'analista partendo dalla «gentile fantasia» di una sua paziente - ma che, «nonostante la compiacenza, può in una forma o in un'altra attraversare la mente di ognuno» - cioè «disporre di un bel martello per rompermi il cranio e vedere cosa c'era dentro». Dietro il movimento ludico, dietro l'aggressività più apparente che effettiva, dietro l'interesse a verificare di «figurare in buona posizione» tra i contenuti mentali dell'analista, de M'Uzan vi riscontrava «un'oscura curiosità riguardo il mio funzionamento mentale, forse più difficile da cogliere». Pur riconoscendo che l'analista sembra più a proprio agio a scoprire e percepire le figure della sua vita fantasmatica che a comprendere le diverse modalità del suo funzionamento mentale mentre è all'ascolto del paziente, riteneva che in realtà il tema fosse stato già segnalato e affrontato, anche se non sistematicamente, da diversi autori, fin dal Freud di Costruzioni nell'analisi e Analisi terminabile e interminabile e includendovi Reik (1936) e Fliess (1942).
Negli anni trascorsi da quell'articolo, certo vi è stato un esponenziale incremento dell'attenzione per quel che passa per la mente dell'analista. Da un lato, come diceva de M'Uzan, ciò non equivale a indagarne il funzionamento. Dall'altro lato, ciò ha prodotto, anche all'interno di una medesima prospettiva teorica, contributi variegati e divergenti, di cui non sempre è facile comprendere i rapporti reciproci e con la cornice nella quale si collocano, e dunque la loro relativa coerenza, e tantomeno i loro rapporti con quelli che invece si richiamano ad altri riferimenti teorici e clinici.
La nozione di rêverie - per la quale preferisco utilizzare il termine italiano, anziché quello inglese, anche in riferimento alla reverie bioniana - potrebbe esserne