You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Il concetto di reverie, introdotto da Bion con un intento eminentemente clinico, veicola con sé nella sua prima formulazione (Bion, 1962, 1967), un'immagine potente che deriva dalla relazione madre e bambino considerata nella sua fase iniziale e che l'autore articola sottolineandone l'impatto sullo sviluppo mentale del bambino. In questa prospettiva, che sarà d'ispirazione alla ricerca nel campo della psicologia evolutiva e dinamica, la reverie viene descritta come caratterizzata, oltre che dai suoi aspetti di ricettività, da una qualità chiave rappresentata dalla capacità trasformativa della madre e in particolare dalla capacità di quest'ultima di trasformare le emozioni, in particolare quelle negative, che il bambino piccolo le comunica a livello preverbale. Senza tale trasformazione da parte della madre delle proprie emozioni negative il bambino si troverebbe in una condizione di «terrore senza nome» o, ancora, costretto a identificarsi con un oggetto «repulsivo» che «sistematicamente fraintende» piuttosto che con un oggetto «accogliente e comprensivo» (Bion, 1967, 179).
Parallelamente al ricco sviluppo nell'ambito della teoria e della clinica psicoanalitica che ha avuto il concetto di reverie - come testimoniano i lavori di questo numero della Rivista - tale concetto, a partire dalla potente immagine della relazione tra madre e bambino più sopra delineata, ha funzionato da stimolo diretto, o, in altri casi, anticipato linee di ricerca anche nell'ambito della psicologia dell'età evolutiva e dinamica e in particolare della ricerca dell'attaccamento. I due scritti che seguono, dedicati rispettivamente al costrutto di mentalizzazione genitoriale e di mind-mindedness di Renata Tambelli e Barbara Volpi, e di Angela Tagini testimoniamo questo sviluppo. Lasciando spazio agli interventi ricchi ed esaustivi delle autrici, vorrei qui sottolineare alcuni punti.