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Quando vengo a conoscenza del fatto che un bambino con difficoltà e quindi inevitabili sofferenze è approdato ad un trattamento psicoanalitico, il che vuol dire che i genitori hanno più o meno «compreso e accettato», il mio primo movimento è di sollievo. Troppo spesso assistiamo alla difficoltà dei genitori anche solo di accedere alla consultazione con uno psicoanalista e ancor più di accettare un trattamento psicoanalitico per un bambino. Troppo scarsa al riguardo la cultura e l'orientamento di pediatri, insegnanti, operatori sociali. Troppo doloroso assistere alle inutili sofferenze di bambini e genitori coinvolti in quello che Dina Vallino suggestivamente chiamava «fraintendimento originario» (Vallino, 2004).
Il caso di Luigi e di quello che sembra il buon incontro con la sua analista nasce invece proprio dalla sollecitudine di insegnanti sensibili all'origine psichica della balbuzie di questo ragazzino di dieci anni, i cui genitori si sono separati da due. Luigi balbetta da un anno; la cadenza temporale è troppo ravvicinata per non suonare «parlante». L'analista avrà modo di coglierlo e commentarlo per noi. Colpisce anche che i genitori siano entrambi esperti in Linguistica, ma sembra che si tratti di esperti nel senso tecnico e formale più che nel senso comunicativo del linguaggio.
Infatti l'analista annota: «avverto un clima familiare in cui si è creata una frattura emotiva incolmabile, con una coppia di “linguisti” in cui ciascuno, a modo suo, continua a parlare rigidamente la propria lingua, senza poter comunicare con l'altro».
Tanto che questi genitori chiedono di essere visti separatamente; l'analista sembra sentire di non poter fare altro che accettare. In questi difficili casi la percezione