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La clinica infantile, per la varietà dei registri comunicativi in «azione» e il loro alternarsi in diversi gradazioni di simbolizzazione, illumina con particolare evidenza la mobilità mentale necessaria all'analista per mettere a punto il «dispositivo analizzante» (Roussillon, 2018) in funzione di un'appropriata sintonizzazione alla potenzialità rappresentativa della coppia in seduta. Una mobilità - tanto più preziosa nell'attualità della clinica psicoanalitica in generale - che comporta continui aggiustamenti dell'ascolto per poter cogliere i segnali di ciò che sembra essere mancato e dovrebbe accadere e ciò che può non essere mai stato pensato e simbolizzato e dovrebbe poter trovare ora uno spazio di sviluppo. Un ascolto, in altri termini, che, tenendo conto della «capacità» di assorbire le interpretazioni, sia in grado di modulare di volta in volta il livello d'intervento più adatto al potenziamento dei processi introiettivi (Williams Polacco, 1997), in grado cioè di entrare in contatto con i diversi livelli di sviluppo mentale-emotivo del bambino, in modo che ciò che accade in quell'incontro abbia senso per lui.
Con il caso di Luigi proposto da Maria Giuseppina Pappa, Incroci porta in scena materiale tratto dall'analisi di un bambino di 10 anni, che mostra «dal vivo» la complessità dell'intreccio delle molte componenti in gioco nella analisi infantili e la necessità specifica di mobilità mentale che questa complessità comporta. Una complessità che suscita aperture a numerose e stimolanti considerazioni delle due commentatrici. Ne riprendo solo alcune, lasciando la parola alla ricchezza dei testi.
In entrambe i primi pensieri ruotano attorno all’«ambiente» di sviluppo, un'area imprescindibile nelle analisi dei bambini e a volte a mio parere erroneamente sottostimata nei colloqui di consultazione con gli adulti. Come si può connettere l'emergere del sintomo, la disfunzione della dinamica interna del bambino,