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Cambiamento, spaesamento, disorientamento, dislocazione, con i loro effetti di spiazzamento ma anche di apertura, sono al centro del dibattito presentato in questo libro, in cui si cimentano studiosi di campi diversi ma spesso complementari, quali antropologi, filosofi, psicoanalisti, sociologi e biologi. Ne risulta un quadro d'insieme eterogeneo, di cui a volte risulta difficile trovare il filo, ma comunque molto arricchente. Questo pensare al confine ben si adatta all'instabilità dei confini e alla volatilità dei contenuti che spesso caratterizzano il nostro vivere, portando a sfumarne la distinzione dal sopravvivere, in un vissuto di «malessere» e di «terrore bruciante» , come sottolinea nell'introduzione Alfredo Lombardozzi, che ha ideato e curato questo interessante volume. In uno degli ultimi capitoli D'Orsi e Massa segnalano come i diversi significati del termine sopravvivere esprimano la contraddizione di qualcosa che è contemporaneamente meno e oltre il vivere: una parola che, pur impregnata di una certa negatività, indica anche un persistere positivo, malgrado la realtà e il tempo. Così, nell'articolo dei due autori citati, sia la nostalgia, sia il viaggio dei migranti acquistano un nuovo significato che va al di là di una strategia del sopravvivere, portando a farsi agenti del proprio vivere in uno specifico contesto storico e culturale.
La questione centrale, sia pur affrontata da punti di vista molto vari, sembra rimandare al lavoro del negativo e alla radice pulsionale del funzionamento psichico. Green ha definito il lavoro del negativo principio generale di funzionamento dell'apparato psichico e processo inconscio con una doppia potenzialità organizzativa e destrutturante: vi sono compresi meccanismi psichici fra i quali, oltre alla rimozione, l'identificazione, la sublimazione e anche la negazione, che contribuiscono a modulare l'eccesso pulsionale o di realtà strutturando e salvaguardando il funzionamento psichico, troviamo il diniego e il rigetto,