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Risale, come è noto, al 1984 il celebre articolo di Gaddini «Se e come sono cambiati i nostri pazienti fino ai nostri giorni». Le considerazioni di Gaddini segnano un turning point nella riflessione psicoanalitica, richiamando l'attenzione sull'interazione continua che ha luogo tra l' individuo e «l'ambiente socio-cuturale in cui cresce e si forma» per quanto riguarda la psicopatologia e le sue forme d' espressione. Non solo, Gaddini era anche ben consapevole «di dover fare i conti in primo luogo con come gli psicoanalisti siano cambiati nei confronti dei loro pazienti» (646). Gli eventi esterni, tanto più se eccezionali, costringono noi psicoanalisti a fare i conti con nuove forme di disagio e con la loro manifestazione e parallelamente gli stessi psicoanalisti modificano e «affinano» le loro capacità diagnostiche e ampliano gli spazi del loro intervento. Non è mia intenzione entrare nello specifico di quel lavoro profetico, se non per ricordare alcune righe conclusive, che sono state anche di ispirazione a questo numero della Rivista: «È a questo punto che il problema si pone. Il problema, cioè, di sapere in quale direzione tendano a evolvere le forme della psicopatologia individuale» (660) e con quali conseguenze «sul senso della psicoanalisi e del lavoro degli psicoanalisti» (661).
Il testo di Gaddini che - come leggerete - è citato in diversi lavori che proponiamo, ha rappresentato per me e la Redazione una valida sollecitazione a riprendere il filo dei suoi interrogativi e a porci, quasi 40 anni dopo, le medesime domande che egli aveva posto e sviluppato con tanta lucidità. I cambiamenti a cui ci riferiamo oggi riguardano tanto le forme in cui si esprime il disagio, quanto il metodo psicoanalitico attraverso il quale l'affrontiamo e che riguarda - come appunto sosteneva Gaddini - anche il cambiamento degli analisti. «Psychoanalysis in a changing world» è stato il titolo del Congresso IPA 2015 di Boston, come ci ricorda anche Bolognini nel suo lavoro che apre qu