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Penso di poter dire che la maggior parte dei miei pazienti bambini, negli ultimi 57 anni, sono stati aiutati dai metodi dell'analisi classica. Tuttavia, due dei miei pazienti più gravi, che ho incontrato nei miei primi anni di lavoro, un bambino borderline con aspetti paranoici e psicotici, Richard, e un bambino affetto da una grave forma di autismo, Robbie, hanno messo alla prova i metodi che utilizzavo in modi che mi hanno sconcertata. Mi sono resa conto che spesso le mie interpretazioni esplicative rendevano Richard, il bambino paranoico, più malato, più perseguitato, più disperato e pericolosamente violento. Facevo riferimento a un modello di lavoro che vedeva le difese come qualcosa che doveva essere messo in luce e poi rimosso, affinché i «veri» sentimenti di dolore, o vergogna, e la paura potessero essere affrontati e curati. Si veda anche la discussione di altri autori sull'applicazione di questo metodo a pazienti con difficoltà di simbolizzazione (Winnicott, 1953; Bion, 1962; Joseph, 1978; Stern et al., 1998; Fonagy e Target, 1998; Feldman, 2004, Steiner, 1994; Hurry, 1998; Sandler, 1985).
D'altro canto, con Robbie, il bambino autistico, ho scoperto che le mie interpretazioni spesso lo raggiungevano a malapena. Nella prima parte di un mio precedente libro ho tracciato le origini di come, fortuitamente, sono riuscita a trovare un modo per arrivare a lui, e dei miei tentativi di concettualizzare questo come una sorta