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In questa breve introduzione agli scritti di Gutton, Levy e Olmos, ai quali ho posto a nome della Rivista alcune domande circa l'esistenza o meno di nuove forme di psicopatologia dell'adolescenza e sugli eventuali strumenti tecnici a disposizione degli analisti per affrontarle, desidero esordire con un bozzetto clinico che mi pare particolarmente indicato per iniziare a rintracciare un filo comune tra le risposte dei nostri colleghi e articolare qualche sintetica riflessione.
Marta ha tredici anni ed è figlia unica di genitori che si sono separati in un clima d'intensa conflittualità. Dopo aver visto il padre perdere completamente la testa per un'altra donna, arrivando a comportarsi come un adolescente disperato ma anche improvvisamente sessualizzato, inizia a sviluppare una serie di rituali invalidanti che sfociano in un rifiuto fobico - in cui il confine tra realtà e fantasia vacilla - di incontrare il padre per il timore di poter essere ingravidata anche solo sedendosi dove egli si è seduto in precedenza.
La storia di Marta sembrerebbe per certi aspetti confermare alcuni elementi trattati nelle risposte fornite: per Gutton - per esempio - non esistono nuove psicopatologie dell'adolescenza e la teorizzazione metapsicologica è un asse di pensiero tuttora attuale e convincente poiché «l'infantile interpreta il pubertario» anche se l'autore, chiamando in causa l'accentuazione della democrazia intergenerazionale e le sue conseguenze, mette in guardia sui rischi correlati ai mutamenti degli equilibri in gioco tra l'Io e l'Es, capaci di dare origine a comportamenti trasgressivi o regressivi anche di marca psicotica e a un uso feticistico dell'oggetto. In questo senso il corpo e la sessualità rimarrebbero nodi cruciali e cimenti