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Non posso scrivere davvero una recensione di Pensare l'impensabile di Nina Coltart; dopo aver tradotto e curato l'edizione italiana di questo libro le mie parole sarebbero alterate da un eccesso di familiarità. Proverò allora a tratteggiare alcuni degli aspetti di originalità del suo pensiero, intrecciandoli con quelli di altri autori. Sono forse gli aspetti che le hanno permesso di definirsi «la più indipendente degli indipendenti» e che, all'interno della Società Psicoanalitica Britannica, le hanno fatto guadagnare il soprannome di the maverik, termine che si usa per definire quei capi di bestiame che non si riescono a marchiare - ulteriore motivo per scoprire finalmente in Italia un'autrice così ingiustamente trascurata. La sua libertà di pensiero, insieme a un talento anche letterario (Christopher Bollas l'ha definita la massima espressione dello spirito letterario indipendente che potremo mai avere), le hanno permesso di affrontare questioni che spesso intimidiscono, aspetti che legano la psicoanalisi alla religione o alla spiritualità.
Anche la sua storia e alcune inclinazioni personali l'hanno guidata nella scelta di temi tanto insidiosi quanto affascinanti. Nina Coltart diceva di avere un «temperamento religioso» e che l'incontro con la psicoanalisi era stato per lei una «chiamata», una vocazione; si era sentita come «una molecola che stava aspettando l'atomo in grado di completarla alla perfezione» (Coltart 1993, 142). Afferma questo in Come sopravvivere da psicoterapeuta (1993), che esce un anno dopo Slouching towards Bethlehem… and further psychoanalytic explorations - il titolo originale di Pensare l'impensabile. «Pensare l'impensabile in psicoanalisi» è il sottotitolo di quel primo straordinario articolo che prende il titolo dalla poesia di Yates «Il secondo avvento»1, in cui si parla di una rozza bestia che in uno scenario di disperazione,