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Nella lettura di questo avvincente volume, viene spesso in mente il ripetuto monito rivolto da Ogden alla «coppia analitica»: diventare umana «in un senso più pieno di quanto sia stata in grado di realizzare fino a quel momento. E questa […] è un'esigenza della specie stessa, altrettanto fondamentale del bisogno di cibo e aria» (Ogden, 1997, 14).
L'opera corale curata da Cristina Saottini sembra aver fatto proprio l'appello di Ogden, «il poeta della psicoanalisi», tessendo una trama polifonica - «in certo modo giocosa» e assai vitale - delle idee di uno dei più originali analisti contemporanei, scrittore prolifico di psicoanalisi e di narrativa.
«Il riferimento al collettivo, al gruppo, al koinos, alla teoria del campo», precisa Ronny Jaffè nel suo intervento sulla vocazione gruppale del Centro Milanese di Psicoanalisi, «è un'impronta essenziale del pensiero psicoanalitico di Ogden, collegato anche alla sua dimestichezza con la teoria dei gruppi di Bion e con la teoria del campo da lui rielaborata» (2018, 11). Le stesse parole si potrebbero riservare anche allo stile adottato da Saottini nel suo volume: un'esperienza gruppale, a forte impronta personale, che ha consentito di realizzare il primo testo in Italia1 dedicato a «uno dei grandi geni della psicoanalisi attuale e della psicoanalisi in generale», per usare le parole di Ferro nell'intervista rilasciata a Lucina Bergamaschi (2018, 71).
Il volume è impreziosito da uno scritto inedito di Ogden, di natura clinica, dove egli sviluppa una delle «idee più importanti e uno dei concetti psicoanalitici più complessi» e trasformativi: sognare la seduta analitica. A suo avviso, questo è «un concetto che non può essere definito con chiarezza, cosa che fa riflettere su come la vita possa essere piena, misteriosa e imprendibile» (2018, 81). L'autore disvela con generosità il suo modo di praticare la psicoanalisi, una maniera che va continuamente riscoperta. Con creatività e indeterminatezza. Invero, «parole e frasi,