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Per una psicoanalisi polifonica, così potremmo parafrasare l'itinerario che il bel testo a cura di Chiara Rosso ci propone: itinerario di riflessione innanzi tutto clinica da cui scaturisce, quasi «naturalmente», una dimensione antropologica che, come già ci ricordava Freud, è intrinseca allo stesso movimento conoscitivo della psicoanalisi, piuttosto che essere una sua «applicazione». L'occasione di riflessione è certamente fornita dalla complessità dei movimenti migratori nell'epoca odierna, segnata dalla precarietà ed indeterminatezza di tutte le acquisizioni identitarie.
Le dimensioni dell'estraneità e della «stranierità» vengono indagate innanzi tutto come dimensioni intrapsichiche, «svelate» dal e nel rapporto con lo straniero. Non a caso il percorso del testo comincia da un'intensa riflessione di René Roussillon su Lo straniero di Camus, condizione di estraneità a sé stessi che diventa integralmente cifra interpretativa delle costituzioni soggettive della contemporaneità: la sfida presentata dal testo è se si riuscirà a tradurla in una condizione «polifonica» appunto, in cui più voci riescono a fondersi armonicamente, o se ci si ritroverà ad affrontare una sorta di cacofonia dissonante in cui l'Io, specificamente l'istanza egoica, sperimenterà invece una estrema fragilità.
Il volto dello straniero, di quel perturbante straniero interno che inevitabilmente ci accompagna, diventa nella riflessione di Roussillon la matrice stessa del «negativo», paradossalmente l'autore sottolinea come «il rapporto con l'estraneo emerge innanzitutto dalla relazione con sé stessi» (4), delineando una esperienza della «stranierità» non sovrapponibile dunque a quella della alterità. Le aree straniere si configurano allora come aree profonde, oscure, di sé, aree non soggetivate e non soggettivabili che possono essere incontrate solo attraverso una superficie riflettente, uno «specchio» che ci rimanda quanto di più inatteso il nostro stesso volto «porta». Varrà forse la pena di ricordar