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Riconoscere la presenza costante nella nostra mente dell'altro, tener continuamente d'occhio l'effetto che l'altro ci fa e l'effetto che noi gli facciamo, conoscere l'influenza che le azioni dell'altro hanno su di noi e che le nostre azioni hanno sull'altro, è qualcosa di fondamentale per la nostra vita. Pietra miliare della connessione e forma primaria del legame tra due persone, il riconoscimento è per Jessica Benjamin una funzione consciamente o inconsciamente sempre attiva (9). È come respirare: potremmo non accorgercene, a meno che l'apporto di ossigeno non diminuisca e ci costringa a cercare una via d'uscita, o ci faccia perdere coscienza. Nella mente, per lei, questa via d'uscita è la dissociazione (10), cioè l'alienazione del Sé (16) e il mancato riconoscimento è il fattore determinate nel trauma (290).
Non abbiamo però solo la necessità di conoscere la mente dell'altro e di essere a nostra volta conosciuti, ma di avere una responsività (8). Nel pensiero dell'autrice il riconoscimento reciproco è un'attività di riflessione condivisa dove c'è qualcosa di attivamente consapevole, di esplicitato: è un processo a sé (241), non solo legato alla regolazione reciproca procedurale fuori dalla consapevolezza (36) o ad un essere all'unisono nella conoscenza implicita, come è inteso, secondo l'autrice, dal Boston Chance Process Study Group (242).
Nel caso del danno, la condivisione implica anche il riconoscimento della responsabilità da parte di chi lo ha inferto e può necessitare una azione riparativa verso chi è stato danneggiato (28).
Il «parlarne,” la marcatura (119), espressa anche in una funzione di testimonianza (289), ha ricadute sul piano terapeutico, politico e sociale e ne ha avute anche sulla storia della Psicoanalisi, segnata per la Benjamin nel suo sviluppo del dopoguerra dall'influenza del trauma massivo del genocidio subito/evitato (97). Gli aspetti clinici sono descritti in maniera appassionante nei capitoli II, III, e V.
La Benjamin, che si propone in que