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Il libro di Vittorio Lingiardi, intitolato Diagnosi e destino, ci aiuta a ripercorrere i processi della costruzione mentale di una diagnosi, cioè quel gioco di intuizione, astrazione e sintesi che consente al medico di interpretare il disagio di una persona malata. L'accostamento tra diagnosi e destino è l'oggetto della trama che si dipana in tutto il libro.
Durante la lettura mi sono imbattuta in alcuni passi del Diario di Edvard Munch (1863-1944) che, tormentato dal ripetersi di precoci lutti familiari e malattie, scrive: «Malattia, pazzia e morte sono gli angeli neri che hanno attorniato la mia culla. Mia madre è morta prematuramente - da lei ho ereditato i semi della tisi. Mio padre è stato ossessivamente religioso - sfiorando la follia. Per generazioni e generazioni è stato questo il fato (corsivo aggiunto) della mia famiglia. Gli angeli del terrore - dolore e morte - mi sono rimasti accanto dal giorno della nascita. Mi hanno seguito mentre giocavo - mi hanno seguito ovunque. Mi hanno seguito nel sole di primavera e nello splendore dell'estate1».
Il fato per Bollas (1991), è l'insieme di quegli eventi traumatici inevitabili della vita a cui nessuno di noi può sottrarsi in alcun modo e che ostacolano lo sviluppo del Sé personale.
Bollas intende invece il destino come la tendenza dell'idioma personale e delle potenzialità creative del Sé a esprimersi. Come analisti, nel transfert, dovremmo essere per il paziente oggetti del destino e non del fato altrimenti saremmo come gli oggetti del passato (interni ed esterni) che hanno impedito lo sviluppo del paziente.
L'esperienza della malattia, portatrice di dolore e di perdita ci espone a una «doppia solitudine» (Natoli, 2016): quella soggettiva, permeata dall'angosciosa sensazione di estraniamento da noi stessi e dal nostro flusso vitale, e quella oggettiva di isolamento dall'altro e dal mondo. Forse è questa solitudine che il contributo di Lingiardi ci propone di colmare, come medici e come psicoanalisti.