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La storia della tazza, che ho immaginato né grande né piccola, capiente come un bicchiere, mi è sembrata rappresentare con forza simbolica straordinaria, quasi con violenza, la resistenza dell'essere contro il nulla. L'ebreo imprigionato nel campo, il proprietario della tazza, l'ha curata e conservata con una cura che mi piace immaginare materna. La tazza, nel nostro immaginario, è collegata al prendersi cura e al rapporto con l'altro: è la tazza del latte per la colazione dei bambini, quella del caffè che conclude il pranzo, quella del thé dell'ospitalità o della riunione familiare. La tazza è portatrice di cura, di calore, di nutrimento reale e affettivo; è un emblema materno, se vogliamo riferirci alla psicoanalisi di Freud. È quella la tazza che l'internato ha salvato nel momento del massimo pericolo per lui. Così, è come se avesse salvato il principio materno, o il principio di prendersi cura degli altri. L'oggetto d'amore deve vivere anche al di là di noi: questo è il pensiero che guida, secondo Fornari, l'eroe capace, come Socrate, di sacrificio per salvare gli altri e il suo oggetto d'amore (la comunità, le leggi, le norme, i suoi affetti…) Cosa che lo distingue radicalmente dal kamikaze, un terrorista che distrugge sé e gli altri e lascia il suo oggetto d'amore, suicidandosi, in balia del caso o in balia altrui.
Il kamikaze, aggiungerei, si lancia nel nulla, e abbandona i suoi feticci (che non sono oggetti d'amore perché l'amore salva e fa vivere) al nulla. Ci si può prendere cura dei propri oggetti d'amore in tanti modi, anche salvando una tazza…
La tazza è l'emblema della resistenza di un essere vivente a quanto era costretto con la maggiore crudeltà possibile dai persecutori ad immaginare. Era indotto a non poter pensare altro destino possibile se non la fine, una fine che diventava così necessaria per lui, per gli altri, per il mondo. Ma la tazza conservata, salvata, curata, è il segno di un altro pensiero: lo spiraglio della speranza di fronte alla Neces