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Cari colleghi,
il numero 2/2020, come di consueto, si apre con la pubblicazione di quattro lavori originali. Il primo di questi è di Basilio Bonfiglio e affronta un tema affascinante e al centro del lavoro analitico: in che modo attraverso il nostro «strumentario» creiamo un «ambiente favorente negli analizzandi la ripresa dello sviluppo della personalità». L'interesse dell'autore è rivolto a esplorare i movimenti somatopsichici che compaiono nelle fasi iniziali dell'analisi e come l'assetto analitico offra «condizioni che, agendo in primis sullo psichesoma, esercitano un'azione terapeutica diretta sui suoi funzionamenti somatici e psicologici di base». All'analista arrivano in continuazione informazioni attraverso sensazioni, percezioni, vissuti corporei che non indicano solo i livelli primitivi dell'analizzando, ma anche il modo in cui siamo usati e in cui l'altro coglie aspetti della nostra personalità e vissuti relativi alla relazione analitica. Secondo Bonfiglio, proprio nelle prime fasi dell'analisi, quando l'accoglimento prevale sulla comprensione, l'«attenzione alle capacità percettive dei nostri sensi» deve essere massima. La riflessione su questi temi è accompagnata da una dettagliata discussione di materiale clinico che descrive come «gli effetti dell'ascolto analitico e della funzione rielaborativa dell'analista» favoriscono l'insediamento dell'equilibrio psicosomatico dell'analizzando.
Lucia Fattori nel secondo contributo affronta il tema del rancore, uno stato emotivo specificamente legato a una duplice dimensione temporale: tanto quella di un tempo diacronico che accompagna la persistenza di questo stato d'animo, quanto quella di un tempo fermo, sospeso, un'a-temporalità che indica il legame di questa emozione al momento del trauma. Come descrive anche J. André, se lo stato affettivo che esprime il rancore appare «staticamente» legato al trauma (tempo narcisistico del trauma), il tempo lineare «porta a una specie di evoluzione autodistruttiva attraverso