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Qual è il suo punto di vista sull'evoluzione dell'indagine neuroscientifica dallo studio del singolo soggetto all'interazione tra soggetto e ambiente?
G.N.: Per me lo studio del Sé è sempre stato lo studio della relazione del Sé con l'altro e il suo contesto socio-culturale. La filosofia occidentale ha sempre isolato il Sé dal mondo e l'ha concepito in quanto speciale. Tale visione è passata alla psicologia e alle neuroscienze, sottoposte a verifica da parte dell'elaborazione autoreferenziale, della presa di coscienza e della riflessione sulla propria elaborazione che dovrebbero dare luogo al Sé. Non lo condivido. Se esiste senz'altro questo livello di riflessione e di distinzione Sé-mondo, si tratta unicamente di un livello superiore, della punta dell'iceberg. Sotto c'è un livello molto più profondo in cui esiste una somiglianza tra il mondo e il Sé, cioè la somiglianza mondo-Sé resa possibile da ciò che definisco l'elaborazione correlata al Sé (self-related processing), che descrive come uno stimolo esterno nel mondo o uno stimolo interocettivo nel corpo sia correlato al proprio Sé.
Come esprime il termine stesso, l'elaborazione autoreferenziale è effettivamente tale, quindi non-relazionale rispetto al mondo. Per contro, l'elaborazione correlata al Sé stabilisce anzitutto una relazione tra il mondo e il Sé, tra interno ed esterno, un continuum interno-esterno. La filosofia orientale non ha difficoltà con questa natura relazionale del Sé e il suo continuum interno-esterno. Gli stimoli esterni nel mondo sono correlati alla vita mentale interna del soggetto. Tale elaborazione correlata al Sé è l'elaborazione più basilare e fondamentale, in assenza della quale non può darsi alcun senso del Sé. Considerando questa elaborazione correlata al Sé (anziché quella autoreferenziale)