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Saro, studente universitario di circa ventitre anni, giunge al mio studio perché soffre di insonnia e di ansia da quando uno degli amici più cari è stato ricoverato in ospedale per una crisi psicotica. Lo stato in cui versa l'amico ha attivato in lui profondi timori per la sua salute e per il suo futuro. Lo ricorda brillante ricercatore in carriera, amato e stimato da tutti.
Saro è un ragazzone dall'aspetto un po' trascurato, lento sia nel modo di muoversi che nell'eloquio, scarno, esitante, dalle lunghe pause. Sembra avere un pensiero magico intorno alla vicenda dell'amico, è come paralizzato dallo spavento, forse si sente in colpa per aver nutrito nei suoi confronti sentimenti inconsci di invidia e di rivalità.
Mi appare depresso, descrivendosi con vergogna come un ragazzo «viziato» che a differenza di gran parte dei suoi amici ha potuto godere di un certo benessere economico. Questo gli ha consentito di realizzare senza difficoltà ciò che desiderava, è appassionato di arte multimediale e coltiva l'ambizioso progetto di diventare un artista di professione.
Ma ora si chiede cosa desideri «veramente», parlando di un disorientamento che lo angoscia e lo fa sentire al tempo stesso vuoto e in sovraccarico, comunque perennemente non adeguato.
La sua voce gradualmente si affievolisce, mi sembra all'improvviso evanescente, quasi immateriale. Mi chiedo da dove provenga quel suo senso di vergogna.
Secondogenito di due figli, racconta di essere stato affidato durante la prima infanzia a varie figure di accudimento sostitutive dei genitori molto impegnati nel lavoro. Ha sempre pensato di essere in credito di attenzione nei loro confronti. Descrive il padre come un ipocondriaco, molto concentrato su di sé e le sue malattie,