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Con i commenti di Foresti e Macchia al caso proposto da Rossana Gentile, si conclude l'uscita sulla Rivista della rubrica Incroci, che speriamo abbia mantenuto la promessa di aprire una finestra «sulle molte voci che costituiscono la variegata matrice della psicoanalisi italiana attuale» e quella di «promuovere un confronto teso anche a favorire l'approfondimento sui fattori terapeutici prioritari inerenti ai differenti modelli di cui l'analista fa, implicitamente o esplicitamente, uso nel suo operare».
Un «ricco materiale clinico proposto generosamente», nell'esordio di Macchia, che fa da tema di fondo alla variazioni ed espansioni che i due commentatori ci presentano, offrendo, altrettanto generosamente, un materiale ricco di spunti e aperture proposte con precisa competenza. Lasciando a ognuno il piacere di far propri i punti specifici toccati negli interventi, mi limito a sottolineare in questo Post Scripta alcuni argomenti che reputo di particolare importanza.
Già dalle prime note riecheggiano i tagli personali, entrambi centrali nell'indagine psicoanalitica, che sono stati prescelti per tessere poi la trama dei pensieri che il testo clinico ha suscitato: quello dell'importanza della definizione metodologica nella «ricerca sul modello interno dell'analista» (l'internal template nel linguaggio proposto dal Working Party on Comparative Clinical Method della FEP, ci ricorda Foresti) e quello della rêverie che nell' «eloquente immagine di partenza […] si pone subito come la proposta di una funzione mancante nella relazione primaria» scrive Macchia. Dentro queste significative e personali cornici, i commenti si sviluppano, poi, in parte soffermandosi su tematiche simili, in parte su aspetti diversi, scelti soggettivamente sulla base del DNA psicoanalitico individuale. Mai collidendo, ma differenziandosi e a volte integrandosi. Tra i punti portati subito in