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Perché leggere The Analyst's Reveries di Fred Busch? Innanzitutto, perché l'autore può essere annoverato tra quegli psicoanalisti che hanno creativamente contribuito allo sviluppo della psicoanalisi tanto in senso teorico quanto sul piano clinico, basti pensare alla sua concezione di un controtransfert che possa «dare forma all'informe» o al bel libro Creating a Psychoanalytic Mind pubblicato sempre presso Routledge nel 2014.
In seconda istanza The Analyst's Reveries merita di essere letto perché è un saggio puntiglioso, meticoloso e stimolante che ci permette di riflettere ad ampio raggio sul concetto di «reverie» per conoscerlo meglio e per comprendere se e in quale misura possa essere entrato a far parte della petrelliana «cassetta degli attrezzi» dello psiconalista.
In terzo luogo, penso possa essere utile accostarsi a questo nuovo libro di Busch perché rappresenta lo sforzo di focalizzare un concetto di relativamente recente introduzione nel lessico psicoanalitico, per sottrarlo al logoramento, alla riduzione di senso, a quell' «addomesticamento» che un uso improblematico e conformistico può comportare per qualsiasi concetto psicoanalitico. Basti pensare, per esempio, a come a partire dagli anni Cinquanta (dopo il famoso lavoro di Paula Heimann) sia stato stressato il concetto di controtransfert, al punto di trasformarlo in una sorta di passepartout che doveva permettere di aprire tutte le porte nella relazione tra paziente e analista. Ma i passe-partout illudono circa la possibilità, come ci ha poeticamente mostrato Eugenio Montale, di squadrare «da ogni lato l'animo nostro informe,” mentre a mala pena possiamo dire «ciò che non siamo» e «ciò che non vogliamo».
Infine, ritengo che questo elegante saggio di Busch debba essere letto perché ci dimostra la complessità della ricerca in psicoanalisi e ci induce a considerare a quante insidie sia esposta. E sono insidie di ordine clinico, di ordine teorico e anche di ordine epistemologico.
Nel suo testo, Busch ripercorre