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In uno dei suoi molti lavori dedicati a quello che è stato forse l'impegno più forte della sua vita, quello di mantenere una fertile dialettica concettuale e istituzionale fra Psicoanalisi e Psichiatria, Fausto Petrella scrive: «Ciascuno di noi ha un buon rapporto di continuità con i suoi padri spirituali e metodologici, e avverte di proseguire costruttivamente nella scia di una salda tradizione.»
Iniziamo questo ricordo facendo nostre, riferendole a lui, quelle parole: Fausto Petrella è fra quei Maestri della Psicoanalisi che fanno parte di «una salda tradizione», che continueranno a guidarci con il loro pensiero e con il loro esempio e il cui contributo scientifico è un invito e uno stimolo a proseguirne l'opera.
Nel tratteggiare le tappe della vita di Fausto, non possiamo non notare come questa si iscriva tra gli estremi di due grandi e tragici momenti storici. Nato infatti a Milano nel 1938, agli esordi della terribile guerra e morto a Pavia all'età di 81 anni, il 30 marzo del 2020 nel pieno della sciagura sanitaria che il COVID 19 ha inferto al pianeta, già la traiettoria di vita di Fausto sembra assumere il compito di raccogliere quelle ferite umane che per tutta la sua esistenza egli ha cercato di tradurre in una raffinata, partecipe, affettuosa e spesso ironica riflessione antropologica. Tutta la prima parte della sua vita fu condizionata dalla Shoa: figlio unico di una coppia ebraica (la madre era un'ebrea rumena cittadina di Kampina vicino Bucarest; il padre discendeva da una famiglia di ebrei ashkenaziti) dovette ancora bambino allontanarsi da Milano nel tentativo di sfuggire insieme alla famiglia alle persecuzioni razziali. Sfollato nella cittadina del di Gorgonzola dove abitò con la nonna Rosa Rabinovic, trascorse i primi anni d'infanzia e parte della preadolescenza protetto dal caldo nascondiglio del salumificio della famiglia materna.
A memoria di quelle prime vicende, ritroveremo sempre nelle opere di Fausto la propensione e la capacità di guardare alla