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Cos'è il metodo psicoanalitico di cui tanto si parla per difenderne il rigore e la validità o per affermare la necessità di un'estensione della sua applicazione? Giuseppe Di Chiara nel suo contributo esemplare per chiarezza espositiva fa esteso e lucido riferimento a un articolo di Fermando Riolo, «Il metodo psicoanalitico e i suoi funtori» , che «scompone» il metodo in tre parti/funtori: il rapporto tra le libere associazioni e l'attenzione fluttuante, il lavoro analitico di decostruzione e la personalità dell'analista. Di Chiara offre una bella definizione del terzo funtore: sarebbe la presenza dell'analista come «interprete», simile a quello dell'artista e dell'attore che nel rappresentare un oggetto o un testo teatrale mettono qualcosa del loro modo di essere che costituisce la cifra del loro lavoro.
Fernando Riolo nel suo intervento ospitato in questa rubrica, ripropone (senza modifiche) l'articolo, già pubblicato due anni fa1, che è l'oggetto privilegiato dell'attenzione di Di Chiara. È stato deciso di inserirlo tra i contributi di questa sezione della rubrica «Dibattiti» perché originale e per l'interesse del dialogo con Giuseppe Di Chiara. Il metodo psicoanalitico è, nella sua definizione, l'insieme dei criteri che regolano la correlazione tra i fatti osservati o desunti nel nostro campo conoscitivo e le teorie che consentono di osservarli o di desumerli. L'interdipendenza tra clinica, tecnica e teoria definisce lo spazio (a cui Riolo dà la forma di un triangolo i cui vertici corrispondo a queste tre dimensioni) all'interno del quale un fatto conoscitivo può essere psicoanaliticamente significativo. Il che differenzia la psicoanalisi da qualsiasi pratica ermeneutica. Come pure il fatto che l'analisi non decostruisce un oggetto o un testo ma una personalità, a partire da quella dell'analista: «quel gruppo solidale di identificazioni e di significati che, esercitando un'egemonia sul mondo interiore, in parte lo falsificano e lo nascondono, in parte lo preservan