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Nostalgia che fa vivere: è la prima condizione emotiva che Manica mi induce nel suo raccontarsi psichiatra e psicoanalista, nel permettermi di ripercorrere con lui un lungo tratto di lavoro, di vita, tra le degenze, le persone malate; le porte che non si devono aprire e quelle, dove ho incontrato Borgna (Mauro era con lui), aperte: una promessa di fiducia, una disponibilità a tentare. «Una questione di stile» scrive l'Autore: «[…] una psichiatria che non può avere la superbia di voler guarire, perché sa di non poter pretendere di rimarginare tutte quelle ferite che spesso reca anche in sé».
Maestro (Borgna): …E allora, che cos'è una psichiatria gentile?
Manica: «Penso che sia la mia… È quella… che si rifiuta di non riconoscere l'esistenza di un “catalizzatore emotivo” in ogni incontro umano, fosse anche l'incontro predefinito e codificato tra psichiatra, il medico, e il suo paziente».
Venni aiutato dai miei maestri a rinunciare ai «caratteri dell'indifferente, dell'ovvio, dell'innocuo» (von Gebsattel) per avvicinarmi all'intenzionale, alla ricerca di un possibile senso, all'accettazione dell'oscurità.
Manica: «Allora oltrepassiamo l'Einfuhlung jasperiana e poniamoci di fronte all'incomprensibile psicotico con l'intenzione di afferrare e di illuminare le estraneità spaesanti e i vertici insidiosi dell'allucinare e del delirare».
Il libro parla del lavoro dell'essere psichiatra; dell'esigenza, certamente non facile, alla quale abbiamo aderito (allora, oggi), con un coinvolgimento interpersonale che ci allontani dai pregiudizi e ci avvicini allo “sconosciuto”, all'Endon; non solo pensando all'endogeno (all'Untergrund proposto da Kurt Schneider), ma anche all'ipotesi del metageno: «un'alterarsi della psiche senza causa somatica o psicologica (che) deve qui, per lo meno restare aperta…». È un «mistero antropologico», dice Manica, che porta«oltre la dialettica inaccessibile tra il comprendere e lo spiegare».
«L'abisso dello sconosciuto» è riproposto in altra maniera nel nostro