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Fina e Mariotti sono da sempre delle cliniche molto attente al sociale: in questo testo richiamano il pensiero psicoanalitico a non tacere di fronte ai cambiamenti del contesto attuale, mostrando come possa declinarsi nell'interpretare i movimenti sociali, politici, antropologici e di massa, che vanno a definire il contesto in cui l'individuo si trova e che quindi influenzano la formazione delle identità, delle angosce, delle difese e dei sintomi specifici di quest'epoca, che peraltro ritroviamo poi nei nostri studi. Leggendo il testo, infatti, si è spinti innanzitutto a mettere in moto la «capacità di pensare», attivando un'attitudine critica e non denegante in relazione all'«inciviltà» che rischia di evidenziarsi e prevalere nelle modalità difensive, nei transfert laterali e nelle diverse identificazioni e rispecchiamenti che si muovono e inevitabilmente si attivano.
Innanzitutto le autrici sono ben consce che la psicoanalisi non può essere immune allo sgomento e al disorientamento che il non noto determina, tuttavia è proprio nella capacità di elaborare questi nuovi aspetti (tra cui immigrazioni, fondamentalismi, uso del web, nuovi generi, nuovi ruoli sociali e fragili narcisismi) che si fonda la capacità trasformativa della psicoanalisi: il testo stesso è dunque un'esemplificazione di questa capacità che evidenzia un' avvenuta elaborazione in après-coup di ciò che sta accadendo.
Si intrecciano nel testo in modo intrigante clinica analitica e critica socio-politica dal momento che «l'approccio analitico non può non tenere conto della complessità del soggetto umano e della società cui appartiene, con uno sguardo che cerca di evitare sia il rischio dell'asfissia del micro che l'iperossigenazione del macro» (, citato a pagina 18/19).
Le autrici sottolineano, nella prima parte del libro, che la presenza del terzo, che ritroviamo nei concetti di «contesto sociale» per la K. Horney, «terzo analitico» di Ogden, «terzo contestuale» di Aron, fino al concetto di «cittadinanza