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Nello spaziare tra identità e alterità, transfert e disidentificazione, Nathalie Zilkha affronta temi psicoanalitici corposi seppure alleggeriti da garbati riferimenti romanzeschi. L'autrice ginevrina è accessibile al lettore italiano per le sue riflessioni sulla genitorialità (2001) e la vergogna in adolescenza intrecciata alla questione delle origini (2017). In quest'opera più matura che ricapitola la sua traiettoria scientifica ella procede dalla dimensione intrapsichica a quella interpersonale e sociale secondo un'ottica squisitamente psicoanalitica. Dalle declinazioni dell'alterità e in particolare da ciò che avviene nella cura, la Zilkha osserva come l'incontro con l'altro fondi la dimensione identitaria. Per il paziente, preso nelle dinamiche transferali e nel processo di soggettivazione, l'alterità dell'analista è dunque «rivelatrice» e la qualità dello sguardo controtransferale influenza il destino della terapia. La lettura di questo libro impegnativo e affascinante si snoda in tre parti. Nella prima, l'autrice rivisita le concettualizzazioni di Cahn e di Roussillon relative alla soggettivazione e l'appropriazione soggettiva in cui gli investimenti narcisistici e oggettuali dell'adolescente sono messi in discussione e il soggetto si confronta con l'alterità del corpo e la complessità dei processi di legamento e di slegamento (liaison-déliaison) dal punto di vista del rimaneggiamento identitario. Se le attese narcisistiche delle figure parentali sono imponenti, l'adolescente faticherà a ingaggiarsi nel processo di appropriazione soggettiva che Roussillon considera «un imperativo della vita psichica»(3).
Ci pare molto utile e di grande attualità lo sguardo attento della Zilkha a quanto accade nella relazione analitica vis-à-vis, nel cosiddetto «piccolo mare» (le petit bassin) come lei ama chiamarlo, interpellando in questa occasione figure centrali del panorama psicoanalitico francofono. Nelle acque poco profonde del «piccolo mare» l'individuo è rassicurato d