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Nell'articolo vengono esplorati i possibili motivi alla base della lunga latenza intercorsa tra il ritorno dei sopravvissuti dai campi di sterminio nazisti e l'inizio dei loro racconti sulla drammatica esperienza della deportazione. La narrazione dell'esperienza patita, che ha probabilmente coinciso con l'elaborazione vera e propria dei lutti subiti, ha avuto inizio, infatti, solo dopo quasi mezzo secolo da quando il trauma è stato vissuto. Una latenza così lunga è stata molto probabilmente necessaria sia perché il contesto esterno che avrebbe dovuto accogliere e comprendere si è trovato impreparato al difficile compito, sia perché gli stessi sopravvissuti hanno avuto bisogno che le proprie capacità libidiche si rigenerassero attraverso la creazione di una seconda e poi di una terza generazione, con la nascita di figli e di nipoti. Viene inoltre ipotizzato che il trauma della Shoah abbia avuto dimensioni tali che è stato necessario per la teoria psicoanalitica recuperare il concetto di «verità materiale», contrapposto a quello di «verità storica», così da riconoscere alla realtà esterna quel peso che il modello pulsionale a volte tende a trascurare.
PAROLE CHIAVE: Creatività, elaborazione trauma, realtà esterna, olocausto, Shoah, sopravvissuti, testimonianza, verità materiale, verità storica.