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Interno/Esterno: lo spazio dell'umano, potremmo riassumere così il senso di questo itinerario tra psicoanalisi ed architettura che Cosimo Schinaia ci propone, un binomio forse meno frequentato rispetto ad altre aree di intersezione tra psicoanalisi, arte e letteratura. Lo sguardo psicoanalitico sull'architettura e l'urbanistica, come recita il sottotitolo del testo e, perché no, dell'architettura sul procedere psicoanalitico, appaiono però ben più che un interesse o una curiosità «occasionali» per posizionarsi, invece, in una vera e propria dimensione strutturale, relativa a quella dimensione di autentica costruzione e (ri)costruzione psichica che la psicoanalisi costituisce.
Ragionare di psicoanalisi ed architettura implica immediatamente una riflessione sugli spazi, spazi psichici e spazi fisici che si reduplicano e si riflettono gli uni negli altri certamente, ma soprattutto spazi onirici: da questo punto di vista l'intera progettualità architettonica attiene ad una dimensione visionaria, ad una dimensione onirica dunque, così come d'altra parte l'architettura del sogno, ben più che il suo racconto, ne costituiscono lo specifico dispositivo rappresentativo.
La conformazione degli spazi costituisce per Schinaia una autentica cifra interpretativa sia sul piano psichico che antropologico, rivelandosi come una concrezione di attitudini consce, di forme esplicite, e di interstizi inconsci, una sorta di processualità simbolica degli spazi che svela contemporaneamente ciò che in quel medesimo processo di simbolizzazione resta «fuori» o, forse meglio, ai margini.
Potremmo prendere a prestito questa citazione da Georges Pérec per illustrare l'ispirazione profonda che attraversa le dense pagine di Schinaia: «il problema non è di inventare lo spazio, ancor meno di reinventarlo […], ma di interrogarlo, o, più semplicemente, di leggerlo; perché ciò che chiamiamo quotidianità non è evidenza, ma opacità: una forma di cecità, una specie di anestesia» (1974, Espèces d'espaces).
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