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Sembra difficile scrivere di questo piccolo, delizioso libro di Vittorio Lingiardi dopo aver letto le folgoranti pagine dell'introduzione di Natalia Aspesi. Al cinema con la psicoanalisi non è un libro né di cinema, né sul cinema, e neppure di psicoanalisi, ma su un incontro, una relazione - amorosa, direi - tra uno psicoanalista e i suoi film.
Lo psicoanalista è Vittorio Lingiardi, a tutti noto per la sua ampia cultura e competenza psicologica, per i suoi studi sul tema della diagnosi e dei disturbi di personalità, sui meccanismi di difesa, sull'efficacia della psicoterapia e della ricerca, oltre a essere insieme a Nancy Williams il curatore del PDM2. Non solo, a questi studi egli affianca aree di ricerca che si rivolgono al tema dell'identità di genere e dell'orientamento sessuale. Sono temi «duri» della disciplina psicologica che il nostro affronta, tuttavia, con una disposizione particolare, come già ebbi modo di sottolineare in occasione della consegna del Premio Musatti (2018), che coniuga il rigore dello scienziato e del metodologo all'umanità della persona. È la stessa umanità, lo stesso sguardo lieve ed empatico, la stessa partecipazione alle vicende dell'altro, sia pure sullo schermo, che ritroviamo anche nella disposizione di Vittorio verso il cinema.
Dicevo che ciò di cui si parla in questo libro riguarda un incontro. Come l'Autore stesso scrive a proposito di Storia di un matrimonio di Noah Baumbach : «La mia idea di legame, e ancor più di matrimonio, è che sì, ci sono due persone, ma c'è una cosa in più: la loro relazione. Che non è una somma, non coincide. È una terza dimensione che, alimentando il riconoscimento reciproco, garantisce lo spazio individuale». La mia impressione è che la cifra profonda del libro riguardi proprio questa terza dimensione che si crea tra lo spettatore e il film, una sorta di «spazio transizionale» all'interno del quale prende luce un aspetto rimasto in ombra o nascosto, un'angolatura, una riflessione, un collegamento che imp