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Si tratta di un volume dove convergono sicuramente i maggiori clinici che, da anni, propongono la ripresa delle posizioni soprattutto teoriche, prima che terapeutiche, di Pierre Janet. Il testo, per ovvi motivi, forse dovuti alle posizioni soprattutto di radice cognitivista della gran parte degli autori, potrebbe sembrare avere un tono di «rivalutazione» delle tesi di Janet. Ad un'attenta lettura questo non è poiché, a vari livelli, molti dei contributi sono nella linea di delineare una continuità tra le posizioni di Janet e di Freud (Cassullo, p. 72).
Penso che per un analista la proposta di questo volume abbia il senso di ampliare l'orizzonte teorico soprattutto verso posizioni in cui il paziente rivendica sostegno e partecipazione intersoggettiva nella definizione di processi di ordine creativo. Sono finalmente superate le sterili posizioni che mettono in opposizione Freud e Janet. Ciò, in passato, è accaduto per la sottolineatura delle caratteristiche personali dei due personaggi (Meares, Barral, p. 144). C'è da riconoscere che la natura umana e l'ovvio narcisismo dei due personaggi, abbia per molto tempo sostenuto questa conflittualità. La inaugurano Freud e Breuer sin da subito e la coltiva acutamente lo stesso Janet. È indicativo che tale conflittualità si sostenga su argomenti sostanzialmente risibili: Freud e Breuer (, 376), generalizzando il concetto di Dégénérescence, molto usato dalla psicopatologia francese - per quanto affatto distintivo della scuola della Salpêtrière e associando la Dégénérescence ai concetti di faiblesse psychique accuseranno Janet di «Posizione di passività». Parallelamente, Janet, a fronte dell'ampio successo delle tesi psicoanalitiche rivendicherà come proprie alcune definizioni - prima che concetti - utilizzate dalla psicoanalisi. Questa comunque è cronaca e a noi interessa relativamente.
Nel testo, il puntuale capitolo introduttivo di Rudnytsky che, come altri capitoli, si rifà molto al testo di Ellenberger , fornisce precise nota