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Ha avuto, di certo, un valore e un significato molto speciali il seminario su internet, organizzato dall'Esecutivo della Società Psicoanalitica Italiana, che si è svolto il 14 giugno di questo sventurato 2020. Dopo mesi d'isolamento per l'emergenza sanitaria, la comunità degli psicoanalisti si è ritrovata (in uno spazio virtuale e, al contempo, reale) a discutere e riflettere su un tema sul quale la nostra disciplina ha bisogno di confrontarsi periodicamente: Quali realtà in psicoanalisi? Introdotti e coordinati da Massimo Vigna-Taglianti, Alberto Semi e Michele Bezoari hanno portato due relazioni su aspetti essenziali del problema della realtà. Un argomento, questo, assai impervio e sfaccettato - come ben sappiamo - e che, in questo periodo, sentiamo ancora più drammaticamente precipuo per l'irrompere, nelle nostre vite, della pandemia: realtà sconosciuta e imprevista.
A proposito di reale e realtà, nel suo Dizionario critico di psicoanalisi, Rycroft scrive: «La psicoanalisi combina la fedeltà al senso comune o al punto di vista delle scienze naturali - che una distinzione possa essere fatta tra i fenomeni esterni, che sono “reali” o “realmente esistenti”, e i fenomeni mentali, che sono immagini soggettive - con la convinzione che i fenomeni mentali abbiano una conseguenza dinamica e quindi, in qualche senso, siano anche reali. Ne segue che essa usa “reale” per significare sia oggettivamente presente che soggettivamente importante» (Rycroft, 1968, 151). Si tratta di un assunto euristico di base che: «[…] mette la psicoanalisi - continua Rycroft - in grado di aggirare i problemi di significato, uguagliando “significativo” e “reale”, e di ignorare le differenze tra pensieri creati dall'uomo e fenomeni esterni, trattando gli uni e gli altri come oggetti che esistono nello spazio» (Rycroft, 1968, 151).
L'interrogativo che ha fatto da guida al seminario ha voluto, appunto, mettere l'accento su questo intreccio di realtà - interne ed esterne - e sui differenti significati