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Tra «occhio innocente» e «visione armata», la mente analitica riconosce di essere già abitata, nell'incontro analitico, da un reticolo di tracce della sua storia identificativa (e di ciò che in essa si è sedimentato), che sostiene una prima, aurorale configurazione di senso. Infine, anche da «teorie», con cui, poi, concettualizza cosa accade. Se questi suoi abitanti rimangono «liberi ospiti del mondo interno», da cui originano costruzioni provvisorie e «rappresentazioni ausiliarie», essi garantiscono l'incontro, svolgendo una fondamentale «funzione edipica della mente», di triangolazione, di laboratorio che crea spazio per il nuovo e capacità negativa per l'ignoto. Se si trasformano in feticci identitari e sistemi rigidi, diventano ostacoli, all'insegna della ripetizione. Riflettere sul «come» funzionano le teorie nella mente dell'analista non sostituisce la questione del «cosa» (quali teorie?), ma apre un ambito da esplorare: a quali condizioni la teoria non diventa una armatura della mente? Il tema solleva le responsabilità della formazione nel ben temperare idealizzazioni e investimenti narcisistici, non promuovere imitatori, adepti e seguaci, nel valorizzare pluralità e parzialità dei punti di vista.
PAROLE CHIAVE: Capacità negativa, culla di spago, famiglia interna dell'analista, mente psicoanalitica, teoria.