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Èquesto il secondo volume della ripartenza (il primo è Psicoanalisi e musica di F. Petrella) di Psyché, collana multidisciplinare di Jaca Book, alla quale molto dobbiamo di buone letture, per come ci ricorda Vera Minazzi nella sua nota editoriale. Per il recensore è stato un ritrovamento ed una scoperta. Avevo appena iniziato la mia formazione e sentivo già gli echi del convegno romano del 1964. F. Corrao in quegli anni insisteva perché studiassimo Ricoeur e sicuramente ci trasmetteva la sua lezione. E aveva ragione. Ma è ancora più remunerativa oggi questa lettura, per capire la profondità dell'analisi che Ricoeur andava facendo della psicoanalisi, in aspetti che erano e rimangono fondamentali.
La presentazione del curatore dell'opera, Francesco Barale, va letta prima e dopo la lettura del libro. Prima per riscaldare la curiosità e l'attenzione, dopo per riordinare le idee. Essa è preziosa perché sintetizza gli aspetti fondamentali dell'opera, mentre fa nuove scoperte, rilevanti per la psicoanalisi contemporanea e in particolare italiana. La significatività dell'altro, la identità narrativa del Sé, l'ermeneutica e le scienze della natura che fanno lo statuto misto del metodo psicoanalitico, e quindi «nessun appiattimento né ad una neurologia, né ad una linguistica o semiologia» (12), la «ferita (fertile) di ogni “alterigia della coscienza”» (ivi), l'interesse del paradigma della traduzione, e tanto altro ancora, con la sorpresa di come non sia stata recepita apertamente «questa ricchissima riflessione» (8) e la constatazione di come e quanto nella psicoanalisi italiana sia invece presente il pensiero ricoeuriano.
Segue la presentazione della prima parte dell'opera, scritta da Jean-Louis Schlegel. Apre La questione della prova in psicoanalisi del 1977, scritto nel quale Ricoeur mette in chiaro magistralmente il campo di indagine della psicoanalisi e i suoi testi primari, le storie dei casi clinici. E ricorda con forza come non bastino un testo narrativo e una interpre