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Interrogandosi sul significato dell'infantile, l'autore mostra dapprima come l'infanzia abbia iniziato ad essere rappresentata propriamente in letteratura in tempi relativamente recenti: «Dickens fu l'inventore dell'infanzia», nelle parole di J. Borges. Riprendendo le osservazioni di Freud nel Compendio di psicoanalisi (1938), sottolinea come l'infanzia non possa essere disgiunta dalla società, dalle sue istituzioni e dal periodo storico in cui si colloca. «Quando un bambino era bambino, non sapeva di esserlo», scrive Peter Handke, e W Benjamin per primo sostiene come il bambino abbia bisogno di un narratore. Il motivo è che l'«infantile» non è l'infanzia, ci ricorda l'autore: ciascuno ne è abitato, coscientemente o no, ma: «Quando parla “l'infantile”, colui che parla non lo sa, e anche in questo caso ha bisogno di un “narratore”, cioè uno psicoanalista nella situazione transferale». Il ricordo di aspetti primitivi, arcaici della vita psichica è bloccato come accade nell'afasia. Ed è proprio ripercorrendo alcune considerazioni di Freud nel suo saggio su L'interpretazione delle afasie (1891) e nella Lettera a Fliess del 6 dicembre 1896 che l'autore ritrova «anticipazioni di aspetti fondamentali dell'epistemologia freudiana» e, nella Lettera a Fliess che tratta dell'inizio della vita psichica, la possibilità che tracce mnestiche possano persino precedere l'esperienza percettiva. Anche i «ricordi di sensazioni» della Klein, ci ricorda l'Autore, vanno nella stessa direzione e concorrono a delineare un'ipotesi semiotica. «L'infante è colui che non è stato ancora tirannizzato dal linguaggio», afferma Pontalis, e se il linguaggio prevale su altri sistemi di segni, l'assenza di un ascolto rivolto al corpo e ai molti «dialetti dell'inconscio», menzionati da Freud nel saggio L'interesse per la psicoanalisi (1913), darebbe una visione incompleta del bambino, ricorda l'autore. Infine, proponendo una revisione della classica accettazione acritica dell'amnesia infantile («anche in psicoanalisi»), ci viene ricordato come anche le neuroscienze mettano in dubbio il paradosso di «riconoscere la persistente influenza delle esperienze infantili e le conseguenze patologiche derivanti e, insieme, di accogliere l'amnesia infantile». Solo l'interazione tra psicoanalisi, semiotica, storia e neuroscienze ci permette di comprendere meglio ciò che intendiamo con «l'infantile», conclude l'autore.
PAROLE CHIAVE: Comunicazione preverbale, infantile, infanzia, neuroscienze, semiotica.