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«I gnoravo il fatto che, così facendo, ero già considerata una ribelle; mi ci sono voluti molti anni prima di scoprire che lo ero» (114). Molto autoconsapevole e al tempo stesso sottilmente autoironica, M. Klein ci rimanda un'immagine di sé stessa e un possibile senso del suo percorso. È il 1958, due anni prima della morte, e sta parlando della sua tecnica ad un gruppo di giovani colleghi. Ma per cosa era considerata una ribelle? Perché «senza attenersi minimamente al principio secondo cui non si sarebbe dovuto interpretare troppo, o troppo in profondità», si era sentita da subito «attratta» dall'angoscia, per cui interpretava «ogni volta che incontravo l'angoscia» (ivi).
Il primo punto che le interessa sottolineare è questo, su cui dichiara una totale continuità della sua tecnica, dal 1926 in poi.
Il tema della tecnica era stato, fin dai lontani anni Venti, un argomento scottante su cui il confronto si era fatto subito incandescente. Incombente l'accusa di essere un'eretica o di praticare un'analisi «selvaggia». Nonostante ciò pochi sono i suoi scritti dedicati esplicitamente alla tecnica, anche se sembra che su questo argomento intendesse scrivere un libro. Uno dei progetti interrotti dalla morte.
Il volume Lezioni sulla tecnica, pubblicato a cura di J. Steiner nel 2017, ora presentato nell'edizione italiana curata da Andreassi e Fabozzi, si inserisce nell'ambito delle ricerche che fin dal 1992 vari autori (Weiss, Frank, Spillius, Steiner, Milton) stanno compiendo sul Melanie Klein Archive, costituto da un'ingente quantità di documenti, appunti, scritti, lettere, che Klein stessa ha lasciato in eredità al Melanie Klein Trust, a cui se ne sono aggiunti altri raccolti dai suoi collaboratori.
Questo tipo di ricerche rappresenta un importante contributo alla storia del movimento psicoanalitico e alla conoscenza del pensiero di un autore, di cui può aiutare a ricostruire la genesi e l'inserimento nel contesto storico culturale. Abbiamo l'impressione che venga quasi a colma