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Ripensando alla varietà dei contributi che figurano nel presente numero della Rivista e, allo stesso tempo, alla coerenza che esprimono, introdurrei un pensiero analogico al fine di collocare la configurazione del numero in un contesto di riflessione più ampio. Proporrei un'immagine tratta dal recente libro del classicista e antropologo del mondo antico Maurizio Bettini: Hai sbagliato foresta. Il furore dell'identità (2020). Il titolo si ispira ad una poesia del grande poeta del Novecento Giorgio Caproni dal titolo «Cabaletta dello stregone benevolo» (1998) che recita così:
Non chiedere più.
Nulla per te qui resta.
Non sei della tribù.
Hai sbagliato foresta.
Il discorso riguarda la tendenza spesso perniciosa di attribuire, perlopiù arbitrariamente, l'appartenenza di un individuo, di un gruppo, di una collettività ad una foresta identitaria, forcludendo le distinzioni ed espellendole dal proprio territorio. Il rischio, rispetto al quale si viene messi in guardia, è quello di restare intrappolati nella propria foresta, che è il luogo in cui ogni ‘tribù‘ si può ritirare separatamente. I diversi contributi che figurano nel presente numero presentano infatti alcuni terreni comuni e, allo stesso tempo, modi e stili di pensiero psicoanalitico anche molto diversi, che il lettore può attraversare nel corso della lettura.
L'intento è quello di avere uno sguardo sempre orientato ad uscire dalla propria ‘foresta’ e confrontarsi con qualcosa di diverso, o che non si era manifestato in quella particolare e a volte originale forma.
L'apertura del numero ci introduce ad un tema controverso che viene trattato dal bel contributo di Maria Pierri in occasione del centenario dello scritto di Freud Psicoanalisi e telepatia (1921) che ha seguito un percorso complesso e tortuoso. La lettura ci accompagna in un terreno impervio. Ma quale è un terreno che la psicoanalisi frequenta, o ha frequentato, che non sia impervio?
Mi limito a sottolineare un punto, che è stato già messo in luce ed è motivo di