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La mia riflessione parte dallo studio del mito e dal suo utilizzo nella pratica psicoanalitica. Il mito è una creazione nata dalla fantasia individuale o collettiva, corrisponde ai racconti tramandati attraverso le generazioni, rappresenta una funzione della mente. Seguendo la teorizzazione bioniana, possiamo individuare nel mito anche un ruolo di ponte. Così: «Raccontare un mito significa comunicare una funzione: quella di stabilire un rapporto… tra l'individuo e il gruppo, tra il tutto e la parte, tra le variabili e le invarianti» (Romano, 2002, 42). In questo, la «funzione ponte» si esprime nella relazione fra aspetti distanti tra loro. In realtà, si può pensare che il mito «trasmetta la funzione ponte» (Romano, 2002, 42) nel senso di un legame primitivo formatosi tra la mamma e il bambino: «Nella madre la trasformazione in elementi alfa è generata dalla funzione mitopoietica della mente, che costruisce uno o più miti per rendere chiaro ciò che occorre al bambino» (Tabak de Bianchedi, 2002, 63).
Il suo impiego nel lavoro col paziente prevede un'intersezione fra clinica e teoria; questa è rappresentata da Bion (1974, 110) quando indica come i miti, le leggende, i racconti popolari configurino uno strumento importante per la pratica analitica. Bion utilizza il mito di Edipo col fine di studiare il problema della conoscenza; lo intende come «parte essenziale dell'apparato per apprendere negli stadi primitivi dello sviluppo» (Bion, 1963, 11). In Bion «il senso del mito e della passione» genera anche un'estensione di significati tale da definire l'«essere presente